Arrivo a casa di questo fantomatico Vecchiarelli.
Apro la portiera e la sbatto.
Aggiusto il cappello, lo specchietto retrovisore può essere un grande amico a volte.
Aggiusto lo sguardo, aggiusto tutto, anche il sorriso che non si dovrebbe vedere.
Faccio due passi ed entro nel palazzo.
La salivazione si blocca.
Fa caldo.
Non fa poi così caldo.
Farfalle, che cazzo ci fanno delle farfalle?
Sono nel mio stomaco, nel mio cazzo di stomaco.
Quante volte dico cazzo ogni santo giorno?
Le parolacce fanno parte del linguaggio, non capisco perchè "vietarle".
Cammino ancora e vado verso la porta.
Una bella porta di legno massiccio con su una targhetta "VEcchiarelli".
Sono ancora al punto di prima.
Non ho fatto un passo in realtà.
Veramente, io cammino, solo che a conti fatti le mie gambe non si muovono.
Per farmi coraggio sbottono il cappotto e tiro fuori la mia fida pistola.
No.
Non ho un cappotto.
Non ho una pistola.
Ho semplicemente sbottonato un pò la camicia e preso in mano un bastoncino di un lecca lecca.
Non è possibile.
Il sole è ancora crudele, si ostina a stagliare sull'asfalto quella fastidiosa ombra.
Ombra che mi ricorda che dovrei dimagrire.
Ombra che distrugge tutto.
A noi due Vecchiarelli, non c'è tempo per aver paura.
Anche se a dire il vero il tempo c'è ogni tanto.
Trovo che ognuno debba avere la sua buona dose di paura.
chissà se il grandissimo Bobo Vieri ha mai avuto paura.
Paura di non averla data da una velina.
Di non segnare a porta libera, di beccare figa meno di inzaghi e Pancaro.
Bobo le ha affrontate tutte ed è ancora in piedi.
Ma lui è forte, fa fisioterapia.
E poi probabilmente Brocchi lo aiuta in tutto.
Voglio anche io il mio brocchi e la mia maglietta firmata.
G. è davanti allo spioncino.
C'è rimasto per del tempo.
Spaventato, impaurito.
I denti si sono piegati impercettibilmente, li digrigna, non li lascia in pace.
Una segheria senza fine.
Un moto perpetuo fatto di fastidio e nervosismo.
Che ansia.
Che ansia ,dice.
Con un piccolo sforzo si stacca e cammina verso la donna.
Il suo pensiero striscia lì, le sue gambe pure.
Guarda i suoi occhi, riassapora il suo profumo.
Così perfetto che sembra essere uscito direttamente dalla boccetta.
Pino silvestre? Borotalco?
In effetti non è perfetto, è molto finto.
Totalmente finto.
Ma sarà colpa della carta igienica.
Ci sono magie che scompaiono, inganni autoindotti che distruggiamo una volta stufi.
Si cambia con la rapidità delle maree, influenzati tutti dalla stessa luna.
Nell'appartamento tutto sembra in confusione, tante cose, tanti problemi e così poco spazio per nasconderli.
Liberarsi dei corpi?
Lasciarli lì?
Portare via solo lei?
"MAledizione." G. si mette una mano tra i capelli.
Si fa così quando si è disperati no?
I suoi pensieri si fanno meticolosi, graziose strade perfettamente disegnate che portano tutte ad un unico scopo.
Tutto deve essere perfettamente congruo e giusto, tutto deve rispecchiare la classica scena del delitto, servono i morti e serve la disperazione di chi ha ucciso senza volerlo, o volendolo ma senza essere convintissimo.
O semplicemente ha ucciso e ne ha pure goduto.
La decisione è difficile, altrimenti non sarebbe una decisione.
Un clichè, adoro i clichè.
Nell'aria risplende un pò di polvere.
Invisibile normalmente, ma così viva filtrata dalla luce del sole.
G. Va verso la donna con il suo passo preferito.
Quello alla Liam Gallagher.
BRaccia penzoloni e gambe larghe.
Dovrebbe far figo.
Lo è.
Ridicolo.
Ma a volte la sorte, il fato, la fortuna e chi volete voi, ci mette un rotolo.
Così l'ultimo passo si trasforma in un errore.
L'errore in caduta e la caduta in scoperta.
Il suo corpo spigoloso cade sulla donna che colpita al ventre si deforma inspiegabilmente.
G. subito si alza, si guarda attorno, fa finta di nulla.
Poi si china verso di lei, la osserva.
Osserva il cratere in pancia.
Lo tocca, le toglie la maglietta.
è affannato, come quando sai di stare per scoprire qualcosa che non vuoi.
Lo fai di fretta, sapendo che andrà male.
e scopre un corpo anonimo.
Scopre un seno senza capezzoli, una figa senza figa.
SEmbra una barbie.
Una cazzo di barbie.
G. veloce controlla le sue pudenda.
Le mutande non sono diventate tutt'uno con il corpo.
SI tranquillizza, non è diventato Ken.
Nel punto in cui ha dato involontariamente la gomitata, G. trova un buco piccolissimo all'altezza dell ombelico.
Tocca la pelle, così diversa da quella del corpo che prima era scoperto.
Sa di plastica e profuma di arbre magique.
Infila un dito nel buco e lo allarga.
Una specie di lattice roseo.
Una bambola perfetta.
Lo allarga sempre di più, finchè dove dovrebbero esserci le budella c'è un vuoto.
Un vuoto nel quale riluccica una piccola scatola.
Non riesco ad entrare.
Assolutamente.
Il mio saliscendi dalla macchina ha stufato il piccolo bastardo che mi ha guardato per tutto il tempo.
Il cane non aveva altro da fare.
Povero lui.
Fortunato, a dire il vero.
Tutti hanno bisogno di un aiuto, ne sono certo, non posso fare tutto da solo, anche se potrei.
Voglio aiutare gli altri ad aiutarmi, voglio dar loro della gloria.
Voglio ancora il mio Brocchi, o il mio amico orrendo e brutto che mi fa sembrare bello alle feste.
Voglio chiamare Black, lui saprà cosa dirmi.
Prima di farmi altri problemi e ancora prima di ricambiare idea le mie dita hanno digitato il numero.
Occupato.
Sempre occupato.
Cazzo Black, se la mia luce si spegne chi mi guiderà?
Negozio di dischi, entrata.
Black se ne stava appoggiato al muro parlando al telefono.
Il sole illuminava il suo volto cinereo, e i suoi capelli corvini.
Il sole continua ad esserci e continua a portare cattive notizie.
Datemi del vino.
"Pronto?"
"Sì, pronto, senti abbiamo fatto tutto, attendiamo istruzioni" una voce roca parla un pò impaurita, e in lontananza una voce un pò più squillante sembra lamentarsi di qualcosa.
"Non so che dirvi ora, ho mandato la preda dove era stato detto, adesso tocca al capo".
"Sì ma siamo stati dal capo, ma non risponde."
"Strano, provo a chiamarlo subito allora, non vorrei che quel vecchio si fosse rincoglionito del tutto"
"Può darsi, attendo notizie, ciao Linus"
"Ciao Snoopy".
Black spense il cellulare e uscì dalla tasca un piccolo fazzoletto celeste ben ricamato, lo porto al volto e lo strusciò quasi in estasi.
"é ora di agire piccolo, è ora di agire".
Paesino nei dintorni di città Invisibile dodici anni fa.
L'annuncio della morte di Kurt "Grunge" Cobain non aveva raggiunto il paesino che, dopotutto, se ne sarebbe sbattuto altamente.
Da un anno a quella parte sarebbero arrivati i backstreet boys e le spice girls.
Gruppi che sarebbero presto diventati memorie indelebili, nel bene o nel male.
Esistono pezzi di spazzatura che piacciono anche ai più raffinati, esistono anche merde che è piacevole pestare.
Un'ondata di boyband anticipata dai Take That.
Il mondo stava prendendo una brutta (o bella?) piega, l'immaginario diventava immagine e i sogni sarebbero stati di silicone e plastica.
Non è una critica, è semplicemente la verità.
Poco importa.
La piccola discoteca chiamata "sharmensheik" avrebbe proposto di lì a poco, Robert Miles e Corona, trasformando le estati in ballate dance senza fine.
Pochi si sarebbero immaginati il crollo di quella dance anni 90 a favore di un house pesante e senza senso.
Lei si diresse verso sua madre, i passi pesanti delle sue scarpe raccoglievano polvere e ragnatele.
Dico polvere e ragnatele per non dire tutto il resto, una parte del tutto, insomma.
"Mamma io parto"
"parti?"
"sì vado in Germania, a Berlino"
"e dove è questa Germania?"
"Mamma..." Lei guardò sua madre con disprezzo, o almeno così pensava di fare, tutto ciò che uscì fu un piccolo tic nervoso al labbro.
Ci proviamo sempre ad essere fatti di cellulosa e ciak rigirati, ma dopotutto, se uno fa l'attore ci sarà un motivo.
Non sempre a dire la verità. (Scusami Alpacino).
"Ma che ne so io di questi posti per giovani, vuoi andare a Germania, vai a Germania, ecco tieni." La madre si reggeva a malapena in piedi, prese diecimilalire dal grembiule e le posò sul tavolo di legno.
Lei guardò il soffitto, innervosita e lasciò i soldi lì uscendo di casa.
"Un maledetto Deca" Pensò.
Max lo sapeva, lo sapeva che con un deca non ci facevi nulla.
Era una bella ragazza, ma un pò sovrappeso, un viso veramente bello, e uno stomaco ancor più bello ed importante.
Non riusciva a dimagrire, non che ci provasse così tanto, ma proprio non riusciva.
Ad un certo punto si arrese, anche se in realtà non c'era nulla a cui arrendersi visto che gli sforzi rasentavano lo zero.
Comunque, sta di fatto che nel paese era ben voluta e anche le poche capatine a città invisibile le avevan fatto capire molte cose.
Gli uomini non vogliono per forza la superfiga, o meglio la vogliono, ma basta cercare chi , bello o brutto, sopratutto timido, non riesce a soddisfare i propri desideri.
Desideri non normalmente sessuali, ma sopratutto deviati e perversi.
Si basava su questo, dava ciò che le altre non potevano dare e così si guadagnava la stima di tanti e tanti uomini.
Questa stima si sarebbe presto trasformata in denaro.
E questo denaro in, non lo so, ma il denaro diventa sempre qualcosa.
Uscita dalla casa si diresse subito verso la piccola abitazione del saggio del villaggio.
Saggio lo chiamo io, Totò lo chiamano gli altri, per la somiglianza con Schillaci.
"Totò" entrò quasi distruggendo la porta.
"Sì ?"
"Come faccio ad uscire da questo posto di merda? Tu sei l'unico che può capirmi, sei colto, intelligente! Leggi i libri!"
Totò sorrise e si lasciò cadere su un divanetto sdrucito guardandosi attorno.
La casetta aveva tantissime librerie vuote, dove un tempo, a detta sua c'erano miliardi di libri e pergamene.
Maledetti ladri di libri.
"Bè ho sentito che vuoi andare in Germania?"
"Sì, ma mancano i soldi"
"Quanto ci vuoi stare?"
"un mese almeno!"
"servono tanti soldi" Totò si lisciò la semipelata.
"Eh lo so, avevo pensato di fare qualche lavoretto, ma comunque non basterebbe, non puoi aiutarmi? Tu sei il più ricco qua dentro!" L'idea era ben precisa, ma metterla in pratica richiedeva pazienza.
"Ricco no di certo, ho qualche soldo da parte, sai da quando mi hanno rubato i libri è tutto più difficile, non riesco più a lavorare come prima, però se proprio vuoi, puoi usarmi come garante di un prestito, ho qualche terreno che accetteranno di buon grado." La decisione sembrava affrettata e quasi senza senso, ma come tutte le cose, un senso lo aveva.
Qualcuno dice che un senso non lo ha, ma è anche una delle persone peggiori esistite al mondo.
"Totò sarebbe meraviglioso" Chiuse la porta per bene e chiuse tutte le tapparelle, poi si avvicinò al saggio e si mise in ginocchio, Totò sorrise e si rilassò.
Il giorno dopo Lei si mise in viaggio con otto milioni di lire e una valigetta.
Il paese la guardava come la regina, Lei andava a Germania, posto dove tutto era possibile, dove i sogni potevano diventare realtà, dove non si sapeva dove fosse.
Quando in un villaggio, o paese, o chedirsivoglia, si parte o si torna da un viaggio "all'estero", il ritorno è meraviglioso, sei la persona più importante, la migliore.
Anche se probabilmente nella località hai patito la fame per il poco denaro, hai fatto figuracce del tipo :"Cioè per colazione puoi prendere tutto quello che vuoi?" E conseguente panierino pieno zeppo di marmellatine e burretti in scatola rubati;tutto tornati a casa aveva un senso: La gloria.
Gloria che non ci sarebbe comunque stata.
La promessa era di tornare dopo un mese, con almeno la metà dei soldi da restituire, A germania avrebbe trovato un posto di lavoro e avrebbe guadagnato per non spendere tutta la somma.
Sarebbe tornata sofisticata e raffinata.
La madre intanto era preoccupata perchè non aveva preso le diecimila.
"chissà come farà senza soldi".
Città Invisibile qualche giorno dopo appartamento di Vecchiarelli.
"Ecco qua, Charlie siamo apposto no ?" una valigetta con otto milioni veniva depositata sulle gambe del vecchio.
Era in pantaloncini di seta celeste e ciabatte di vimini, con occhiali rosa acceso, con due palmette sulle stanghette e un bel cappello di paglia.
"Ok Patty, sei dentro" Il vecchietto controllò per bene i soldi e li mise da parte.
"cosa devo fare adesso?" Lei sembrava eccitata, in sottofondo si sentiva "surfin bird" da una vecchia radio.
"Non devi fare nulla per ora, non abbiamo lavori in corso, fa quello che hai sempre fatto, succhia qualche cazzo e comprati da vivere, non tornare qua se non per emergenze" .
"Ma, non posso neanche tornare in paese per ora, mi credono in germania" Il tipico fare delle donne è lamentarsi in maniera lamentevole.
"Sono cazzi tuoi piccola. L'organizzazione non ti darà mica da mangiare e bere."
"E che cazzo ci sono entrata a fare?" La voce si affievolì, e divenne più acuta.
"Perchè ti andava e perchè sai bene che una volta raggiunto uno scopo, tutti i membri ne avranno da guadagnare, sei una donna intelligente e per questo ti ho scelta, ma ora non farmi cambiare idea" Vecchiarelli mise una mano sotto la poltrona e tirò fuori una pistola.
"Ok, ok vado." Con certe persona bisogna usare certe maniere, c'è poco da fare.
Uscita dall'appartamento di Vecchiarelli si diresse a casa di una vecchia amica, da lì avrebbe tentato di andare avanti sino a qualche ordine da parte dell'organizzazione.
Primi giorni del 2007 città invisibile Appartamento mio e di G.
"Piccola, sei stata fantastica" Il letto è minuscolo per entrambi, così unisco anche quello di G. , non se la prenderà, cioè credo di no, finchè non lo verrà a sapere.
Sullo sfondo il lettore cd ha scelto i vengaboys.
Porca troia, vuoi vedere che alla fine non ho i gusti così raffinati?
"Sì va bene, comunque ora spostati" Mi butta già dal letto, la adoro.
Passano pochi minuti di silenzio imbastito da "We are going to ibiza" e la canzone di "Genitori in blue jeans" si contrappone alla musica.
Le suona il cellulare.
Canticchio sognante :"Show me that smileeee , show me that smileee" .
"Pronto?"
"Patty"
"CHARLIE?" Lei si rizza subito in piedi, nuda sembra un botero, o forse anche di più, è comunque fantasticamente enorme.
"PAtty ho un lavoro, vieni da me adesso, gli altri mi stanno raggiungendo."
"Ma sono dodici cazzo di anni che non ti fai sentire!"
"Fai parte dei peanuts, nessuno si scorda dei propri figli"
"Ma.." Vecchiarelli riattacca.
"porca puttana" Patty mi guarda, io la guardo.
Chi cazzo è Charlie?
La discussione verteva sul fatto che G. non fosse poi così abile come tutti credevano.
"Sai tu mi puoi vedere così, ma ti assicuro che alla fine non sono nulla di che, voglio dire , sì certo molte cose le so fare, anche discretamente bene, ma ce ne sono tantissime in cui faccio schifo". Il volto di G. era convinto e serio.
Evitava di guardarla negli occhi e spesso sbuffava.
Stava appoggiato al muro, ricordando un fonzie ormai fuori moda.
Lei era sempre immobile,come una statua, una meravigliosa statua di carne.
Gli attacchi di G. dovevano avere per forza effetto, non aveva mai , e dico mai, fallito.
Le donne sono un libro aperto, non tanto perchè siano complicate e solo pochi possono capirle, ma proprio perchè incomprensibili.
Sono come una serie di compiti di matematica.
Tu sai a memoria procedimento e risultato, ma non sai perchè.
A G. questo basta, come, probabilmente, basterebbe a chiunque.
A volte mi sembra veramente di pensarla come lui, altre vorrei solo capire come fa a dire certe cose.
G. tentava continuamente di interessarla, un momento parlando di pirandello, un altro parlando di dumas.
"Cazzo, probabilmente è una di quelle ignoranti che trova ridicolo parlare di autori letterari. Ma se neanche la musica funziona, probabilmente non fa per me, forse è solo una cotta passeggera, l'idea di lei e non lei stessa."
I pensieri di G. continuavano a gonfiargli il cervello, le sopracciglia si aggrottavano e i denti si serravano facendo sanguinare leggermente le gengive.
Il rigolio scendeva come da una piccola montagna e cadeva nella pozza tra l'interno del suo labbro e i denti.
A volte il corpo umano regala spettacoli magnifici, micro ecosistemi di globuli rossi e carne.
I segni dell'inquietudine stavano fasciando G. a poco a poco, come sempre, il prossimo passo sarebbe stato il rilassamento indotto, provare a calmarsi da solo, pensando di non dover esagerare.
Ma il pensiero di non fare è la base del fare.
Non funziona mai.
Maledetti psicologi, maledetti chirurghi del cervello.
Inizio ad aprire la porta del negozio.
Devo stare tranquillo, aspettare la persona giusta e fare le domande giuste.
Il cappello sta sempre più stretto.
Il caldo di città invisibile è come una puntina,come quella fastidiosa puntina che ti viene sulla guancia.
Arriva senza motivo, ti infastidisce nelle occasioni più importanti.
Prude, prude da morire e poi scompare per ritornare quando meno te lo aspetti.
Ti scordi della sua esistenza fin quando non torna.
Un circolo vizioso fatto di pensieri inutili.
Un'altra bella sorpresa.
Il negozio è già aperto.
Entrando trovo già dei clienti, tra questi noto il solito Black.
Il simpatico metallaro omosessuale.
Prima della sua dichiarazione, ogni suo gesto, ogni parola, ogni sguardo portavano alla descrizione perfetta dell'uomo duro.
Un ragazzino che mangiava blocchi di mattoni a colazione intingendoli nella pece.
Adesso ogni cosa che fa mi viene quasi da ridere, noto i particolari, i capelli ben puliti, le mani ben curate sotto tutti quegli anelli e quelle borchie.
Mi piace, mi piace sapere che dopotutto, puoi ricevere sorprese da chiunque.
O meglio, riesco ancora a sorprendermi.
Ma ora che sono un detective nulla mi sarebbe più sfuggito.
"Ehi" Black si mette di fronte a me e mi passa la mano davanti agli occhi come a salutare. "Ehi ma sei incantato da un bel pò, sei sotto acidi?" .
Stropiccio gli occhi e aggiusto il cappello, cavolo la mia espressione da duro deve essere andata a farsi fottere, mi serve un dannato specchio.
"No, no tutto bene, piuttosto che è successo qua? Chi è quel coglione dietro il bancone?" Indico con un cenno del capo un tizio con i capelli lunghi, leggermente mossi, occhialini alla lennon, fascia floreale in testa e gilet da perdente.
"é il tuo sostituto, ti han licenziato a quanto pare" Black mi parla a voce bassa, probabilmente non vuol fare sentire la nostra conversazione, sono sospettoso, sto al gioco e abbasso la voce pure io.
"Licenziato eh? Hanno iniziato già a tagliarmi fuori, solo per un pò che non sono andato a lavoro, ma ormai ho altro da sbrigare, comunque prima voglio scambiare due paroline con quello sfigato" Vado per sorprassare Black che pronto mi afferra per un braccio, sarà frocio ma ha delle tenaglie al posto delle mani.
"cosa?" Dico a voce bassa.
"Perchè parli a bassa voce? Ti sento a malapena" Anche lui abbassa il tono.
"Perchè parlavi tu a bassa voce" abbasso ancora di più.
"Cosa?" All'orecchio mi arriva un suono impercettibile.
"Cosa?" All'orecchio gli arriva un suono impercettibile.
La situazione rimane un attimo in stallo.
Poi prendo tutto il coraggio che mi è rimasto a parlo ad alta voce.
"Possiamo parlare normalmente? Ti assicuro che nessuno ci darà fastidio" strizzo l'occhio al mio giovane amico.
"Fastidio? Sei pazzo, comunque , ti ho fermato perchè non conviene parlare con quello." Lo sguardo di Black è turbato, sembra avere un pò di paura, ma sono gay, sono fatti per avere paura.
"E perchè mai?" Tento di rompere le tenaglie, niente da fare , sembra acciaio Inox.
"Perchè un pacifista, sono terribili! Terribili ti dico, ti parlano lentamente con voce sommessa, usano parole come "fratello" e "Fai l'amore non fare la guerra" e tante altre falsità, dopo a volte ti offrono da fumare, altre ti danno voltantini sgargianti e ti invitano nelle loro roulotte anni 60, dove tutti cagano in comunità e non si lavano! E sopratutto ascolta solo Cocorosie, Banhart e anim" Mentre parla Black agita la mano che non mi sta distruggendo il braccio e i suoi occhi si illuminano di terrore.
"è una cosa terribile! Penso sia meglio lasciarlo stare" Anche i duri a volte devono mettersi da parte. Do un'occhiata veloce al tipo, lui sembra notarmi, appena sta per girarsi faccio finta di nulla ed esco dal negozio.
Porto Black con me e mi appoggio al muro,mi frugo le tasche per trovare qualcosa da mettermi in bocca.
Un lecca lecca.
Un dannato lecca-lecca alla coca cola.
Lo ficco in bocca e con aria da duro mi appoggio al muro.
"Perciò, sai nulla di guanti bianchi e omicidi? Di Carta igienica? Ti dicono nulla queste cose?" Le mie domande sono precise, pungenti, e non hanno la punta arrotondata, attenti bambini.
Black pensa un attimo.
"Bè certo, ultimamente c'è stato un furto, hanno rubato il prototipo del sesto velo alla TIFrego Spa, e i testimoni dicono di aver visto dei tizi vestiti in completo nero, occhiali e guanti bianchi." Black non capisce la domanda, o meglio sa cosa deve rispondere, ma non sa perchè.
"Bene, quindi questi tizi sono implicati in questa faccenda della carta igienica, tutto sembra essere più chiaro." In realtà no, ma devo infondere sicurezza.
A me stesso.
Faccio un paio di rapidi calcoli guardando spesso Black negli occhi.
Avrei voglia di raccontargli tutto.
Proprio come lui si è dichiarato a me.
Forse dovrei , forse qualche consiglio potrebbe essere utile.
Dopotutto, sono infallibile, non perfetto.
Prendo un grosso respiro e gli racconto tutto, gli racconto di lei e del mio amore, del suo omicidio e della pistola dal guanto bianco.
Black mi guarda con compassione, poi sorride e mi abbraccia.
Lo scosto infastidito.
"Che fai??"
"Volevo farti capire che ti capisco, che sono con te e che non penso che tu sia uno stupido sentimentale"
"Io non ho mai detto di esserlo"
"probabilmente lo hai pensato, ma almeno ti sei sfogato con me. Hai detto di aver trovato un'agenda? Nella sua borsa no?"
"Sì"
"Tra i nomi non c'era nulla di sospetto? Qualcosa di segnato, o un nome che si ripeteva più volte?"
"Sinceramente non ci ho fatto caso" Metto la mano in tasca ed esco l'agendina.
Hello kitty mi saluta, cavolo Hello Kitty quanto sei puttana, la passo a BLack.
Black si sente come in un videogioco, io mi sento come il personaggio che viene manovrato.
Uno specchio, per dio, datemi uno specchio.
Sta a guardare e a sfogliare un pò.
"Conosci un certo Vecchiarelli?"
"No perchè?"
"Guarda, l'ultima settimana è andata sempre da questo tizio e sempre al solito orario"
Controllo bene, cavoli è vero!
E l'ultimo giorno segnato, quando è venuta da me, doveva invece essere da lui da quanto vedo.
"Bene, faremo cantare questo VEcchiarelli, probabilmente, se sono fortunato avrà in casa una bella ricevuta che attesta l'acquisto massiccio di rotoli della Tifrego"
"Sarebbe un bel colpo di fortuna"
"Sì senza dubbio"
Vado via senza salutare Black, è stato bravo, ma io lo sono di più.
Il sole di Città invisibile è ancora lì, ad infastidirmi e a prolungare la mia ombra.
Intanto G. sentiva suonare il campanello.
Il suono stridulo e fastidioso dell'aggeggio lo aveva fatto tornare in sè per qualche minuto.
Corse in cucina per togliere il corpo.
Troppo pesante, troppo sangue dappertutto.
"Vecchio di merda, dove lo tenevi nascosto tutto questo sangue?"
Altra scampanellata.
G. volò verso lo spioncino e chiuse bene la porta, piano piano, in modo da non far rumore.
Dallo spioncino si vedevano due tizi che si stavano togliendo un passamontagna e avevano in mano un casco.
Erano abbastanza attempati, quasi l'età di vecchiarelli, ma sembravano più in forma, due specie di Hulk Hogan, grossi e vecchi quanto lui.
Quello sulla destra iniziò a bussare:" Signore, Signore le abbiamo riportato la pensione proprio come era stato stabilito"
Quello a sinistra lo colpì con forza dietro la nuca.
"CHE CAZZO DICI? Vuoi che ci scoprano? Dai urlalo a tutto il palazzo! Idiota, il vecchio non sarà in casa per ora, ripassiamo dopo"
Detto questo i due iniziarono ad uscire mestamente.
G. li vide allontanare, notando la busta nella mano di quello di destra, una busta molto familiare, o quanto meno vista recentemente.
Il cuore pompava a mille, come prima di prendersi a botte con qualcuno, gli occhi si erano bagnati freneticamente e le mani tremavano da far paura, si formò un nuovo laghetto tra le montagne di denti.
Città invisibile, appartamento di Vecchiarelli, qualche giorno prima :
"Allora, avete capito?" Vecchiarelli esibisce un completo leopardato, giacca pantaloni e cravatta in tinta, con camicia bianca, un simpatico bastone nero a completare il tutto.
"Sì certo capo" Due Hulk Hogan annuiscono, hanno la faccia poco sveglia, e piena di cicatrici, il tutto è reso più brutto dal fatto che la loro pelle è caduta tanto quella di Vecchiarelli.
"Allora ripetete cos dovete fare!" Vecchiarelli ha una voce differente, squillante, fastidiosa. Si siede con calma sulla poltrona di pelle e si fa inglobare dolcemente, le sue ditina stringono i braccioli con forza provocando un rumore leggermente fastidioso.
"Allora, dobbiamo appostarci alle poste e appena arriva quello che piace a lei, cioè, appena arriva il tizio che ci ha detto le rubiamo la pensione e poi dopo, ovviamente, gliela riconsegniamo."
Vecchiarelli sorride.
"è così facile che anche voi potete farlo, attenti a far sembrare tutto casuale, e a non farvi riconoscere"
"Certo capo, ma una domanda, perchè? Cosa c'entra con il resto?"
"Nulla, voglio solo divertirmi ogni tanto."
"capisco capo, ha ragione" I due citrulli fanno per andarsene.
"Ah Snoopy"
Il tizio di destra si gira.
Vecchiarelli gli porge la foto di una donna. "Questa datela a Lucy e Linus, ditegli che Patty non ci serve più, sapranno cosa fare"
"Va bene signore".
I due escono tranquillamente e Vecchiarelli inizia ad indossare una vestaglia, scartandola da un vecchio pacco.
La radio in sottofondo passa un vecchio brano dei LYnird Skynird.
A volte mi sembra di vedere G. accanto a me, mi servirebbe veramente.
A volte invece penso che forse è meglio così, chissà che cazzata direbbe, magari mi farebbe sbagliare l'indagine.
Si ritorna alla macchina, verso la casa di questo tizio.
Finalmente il mio specchietto e finalmente la mia buona, vecchia, e sicura espressione da duro.
Sorrido e metto la prima.
Quel giorno ero di fronte a quell'alberello.
Lo chiamavo l'albero azzurro, era piccolo e gracile.
A dire il vero era il più piccolo o forse no, comunque era veramente isolato dagli altri.
Di certo la mia campagna non era una foresta, anzi, era pianeggiante con qualche piccola collinetta.
Il verde scarseggiava, ma qua e là, come è che si dice? Macchie di bosco illuminavano quel paesaggio tanto triste quanto evocativo.
Mi piaceva.
Mi piaceva mettere le mie mani davanti l'orizzonte e sapere di essere più grande di ogni cosa che vedevo.
Di poterla stritolare.
Perchè quando si è piccoli, possiamo realmente fare tutto, ora come ora non riesco più neanche a far sì che l'orizzonte mi stia in una mano.
Quel giorno era tranquillo.
Probabilmente non era un giorno preciso, ma è una reminiscenza di tanti giorni, condensati in uno, quando tutto si assomiglia, fai fatica.
Potrei aggiungere particolari, persone , animali, e forse lo sto già facendo.
La mia mente è così diversa, così elaborata adesso che non riesco a vedere più quell'alberello azzurro.
Perchè di azzurro aveva solo un sacchettino di plastica incagliato tra i rami.
In quel momento, quello divenne l'albero azzurro, adesso lo vedo per come è.
Più in là, scendendo dalla collinetta solitaria, sotto il muretto di tufo c'erano due alberi di ulivo divelti.
Ora non ci sono più.
Non voglio fare come gli altri, ma sono costretto.
Alcune cose, provocano una nostalgia tutto sommato, strana, patetica.
Agli occhi degli altri quelli sono solo ulivi rotti e brutti, agli occhi miei adesso lo sono pure.
Ma prima erano le mie navicelle.
La mia navicella spaziale.
Erano caduti in orizzontale e io potevo sedermi sotto le foglie facendo finta che fossero una cupola.
Neanche i transformer avrebbero potuto farmi nulla e Goldrake si sarebbe dovuto inchinare.
A quei tempi io facevo quello che facevano tutti i bambini decenti, tentavo di salvare il mondo.
E comunque avevo una tecnologia che oggi quelli della NASA se la sognano.
Il fatto è che accanto a me, c'era sempre un ragazzino che giocava.
Amico di famiglia, lui aveva pure la sua navicella.
Aveva pure il suo albero preferito e la sua collinetta.
Non so cosa potesse pensare, ma mi faceva sentire male.
Non ricordo nulla, assolutamente nulla di quello che dicevamo, eppure eravamo spesso assieme.
Ricordo però, che al sole , al sole alto di mezzogiorno i suoi capelli a scodella risplendevano come un meteorite.
E ricordo i suoi occhi intelligenti.
O forse erano stupidi.
Sta di fatto che la Mamma e il Papà erano sempre lì per ogni cosa.
Incredibile come il centro del mondo possa diventare un albero secco con un sacchetto di plastica, un ulivo caduto e un bambino di cui non ricordi nulla.
A volte racconto queste storie a G. , a volte dice di essere lui quel bambino, dice che la campagna era la sua, e che io faccio confusione.
Che l'albero azzurro era suo, dei suoi cugini e dei suoi amici, e che lui però non ha mai avuto un amico come me.
E sopratutto che la navicella spaziale non era una navicella spaziale, ma una macchina del tempo, aveva pure il cambio epoca, mi diceva.
Io non so cosa pensare, ma credo che i ricordi siano miei e basta, e che lui voglia sempre essere al centro dell'attenzione.
Poi che possano esserci due sacchetti blu e due alberi la cosa non può che farmi piacere.
Essere unici mi rompe.
In ogni caso, pensando a quello che eri, non ti viene difficile a poco a poco, capire come sei diventato quello che sei.
Come riesci ad amare i beatles e le loro canzoni, come il paesaggio campestre ti distrugga il cuore, e come Nick drake e Vashti Bunyan possano senza alcun problema riprodurre le tue emozioni con una chitarra e un filo di voce.
Il ricordo scema non appena arrivo davanti al negozio di dischi.
Le "C" continuano a mancare e anche le altre lettere, qualcuno si diverte a togliermele, qualcuno si diverte a sbagliare con me.
Probabilmente alla fine il mistero delle "C" non era nessun mistero, solo qualche pezzo di merda che si vuole fare una camera al neon.
Spero di trovare Black dentro, quel frocetto sa sempre tutto, magari una storia dalla quale ricavare un qualsiasi tipo di lezione o un consiglio saggio.
Non diciamo cazzate, sono un detective, non sono una checca di merda.
Aggiusto il cappello e scendo giù dalla macchina, il posteggio è perfetto, lo sguardo è perfetto, la camminata pure.
Rimane solo da asciugare gli occhi, il vento di campagna li fa lacrimare sempre.
Da quanto visto in giro questo gruppetto di iene usufruisce dei simpatici guanti bianchi.
Sarà un vezzo o qualcos altro, ma di certo li porterà alla rovina, li porterà sicuramente alla rovina.
Scendo di casa velocemente, l'idea è chiara, infilarmi in macchina andare al negozio e chiedere ad ogni cliente che arriva qualsiasi informazione su grossisti di carta igienica della "tifrego spa".
Un supermercato normale non va bene.
Sicuramente gli stronzi sono tanti e sicuramente la mia balena, cioè la mia bella, aveva scoperto qualcosa, qualcosa di terribile.
Che poi io la carta igienica la uso normalmente.
Questa è roba da G. e la sua carta igienica alla camomilla.
"Mi rilassa!" Diceva.
"Certo perchè hai una faccia di culo!" rispondevo.
Il tutto finiva con questa battuta scontata e triste, ma che dopotutto dava sempre fastidio a quel frocetto.
Il parlare da duro mi sta bene, devo mettere da parte ogni insicurezza, fanno così i veri investigatori.
Tento un sorriso malinconico, non ho dove specchiarmi, lo prendo per buono.
Bene bene, la macchina è posteggiata decentemente, posso tranquillamente avviarmi.
Ci sarà il solito traffico la solita storia, ma con il mio impianto stereo non ho problemi ad aspettare.
Ne ho parlato prima, sono immune alla rabbia da traffico.
Oggi tocca spararsi qualcosa di indie, che poi indie non è, ma serve a darvi un'idea.
L'indecisione è tra i Kasabian e Jamie T.
Scelgo I bloc party.
Kele Okereke il cantante negro mi piace, tra l'altro non sarò mai accusato di razzismo così.
Tra l'altro ha collaborato con i chemical brothers, per me è già un piccolo idolo d'ebano.
Apro lo sportello della macchina e sorrido.
Chiudo lo sportello e sorrido.
Apro lo sportello, esco, rientro, richiudo lo sportello.
Bestemmio.
Al posto della radio c'è un buco, un buco triste e vuoto, con qualche cavetto colorato strappato che esce.
Sono i gambi del mio fiore elettronico, hanno rubato il mio fiore!
Calma.
Una radio non costa tantissimo.
C'è anche un biglietto, che carini.
Mi sistemo il cappello e faccio la faccia da duro, non pensavo fosse così bello interpretare un personaggio e fare lo scemo.
Capisco che G. si diverta così.
"Bravo coglione la prossima volta lasciaci anche l'altro sportello aperto così è ancora più facile".
Io ho chiuso gli sportelli!
Non è possibile!
La convinzione di aver fatto le cose spesso ci inganna, e spesso mentiamo anche a noi stessi, ma va bene così, altrimenti sai che casino dover essere sempre onesti.
Prendo il Cd dei bloc e lo butto fuori dal finestrino.
Sono un investigatore io, bevo solo roba forte e tocco culi, non ho bisogno di negri che cantano.
Mi butto nel traffico sorridendo, come sempre.
La strada sarà lunga, come al solito ma dopotutto posso farcela.
Dopo pochi minuti mi trema la mano destra, e picchietto con il piede sinistro lo sportello.
Gli occhi diventano rossi e il sudore aumenta.
Non posso togliermi il cappello.
Non devo.
Non voglio.
Immagino la felicità della gente, mi innervosisce.
Allora ritorno alle mie figure preferite.
A Bobo Vieri che balla con Pippo e Luis Nazario, a loro che fanno confusione circondati da fighe, però hanno tutti 70 anni e sono obesi, vecchi e obesi e le fighe le hanno ancora.
Li vedo vestiti di soldi, Pippo ha un perizoma verde con la faccia del tizio dei dollari proprio lì sul cazzo.
Gli altri due sono pelati e hanno un body attillato per trattenere la ciccia.
Le fighe sono felici e vogliose.
So che sono loro perchè i denti di ronaldo , il naso di bobo e il mento di pippo sono inconfondibili, anche da vecchi.
Mi spiace soltanto che non possano godersi le fighe, visto che in realtà stanno pensando tutti l'uni all'altro per scoparsi a vicenda, ognuno con la maglia dell'altro.
Ci sarà lotta per avere il mumero 9.
Finalmente sorrido.
La felicità dura pochissimo.
No non dico in generale , quello si sa, lo sanno tutti anche Vinicio.
Appena vedo una smart non capisco più nulla, in realtà anche quando vedo i vecchi con il cappello che guidano, le donne sui Cayenne e le mini cooper.
Sempre la stessa storia.
Ormai ho imparato tutto, in generale le donne che hanno una smart o una mini, la maggior parte delle volte sono fighe e troie.
Sempre a truccarsi o a sistemarsi i capelli, i clichè sono veri, non c'è nulla da fare.
Le donne al volante non ne hanno idea, hanno un deficit, e non potranno mai farci nulla.
I maschi sono teste di cazzo, provano i 200 in spazi limitatissimi, provano ad imitare i piloti di formula 1, e fanno proprio come loro, si vanno a distruggere sui marciapiedi.
I vecchi con il cappello vanno lenti, lentissimi, e sbagliano tutto.
Freccia a destra e vanno a sinistra, marcia indietro e vanno dritti.
Il problema è il cappello, è come un sistema che gli ostruisce tutto, ogni singolo nervo è deviato.
Il cappello dei vecchi è malefico, a cosa cazzo serve?
Perchè devi metterlo in macchina? da cosa devi coprirti?
Poi non riesci neanche bene a guidare, a vedere lo specchietto retrovisore.
Comunque il fatto è che chi usa il cappello in macchina di solito è vecchio e quindi il vecchio vuol dire: non so guidare più, ma faccio finta di saperlo fare ancora.
Sto esagerando.
Maledetti anche quelli che passano con il rosso, i pedoni di merda, con i loro cappellini argentati lievemente poggiati sulla testa e i loro jeans che cadono per terra.
Sorridono sempre.
Si fottano.
Tra l'altro se potessi li investirei tutti, ma sarebbe omicidio colposo.
Omicidio colposo ?
Do un colpo sul volante e digrigno i denti.
Omicidio colposo? Cioè quello passa con il rosso, e io commetto omicidio?
Dovrebbe chiamarsi suicidio.
Io non sto alle regole di questi poliziotti, io sono un privato.
Io ho il cappello, ma non sono vecchio non ancora.
E poi io sono sempre apposto, non sbaglio mai, solo che a volte mi viene voglia di distruggere tutto, perchè la gente non capisce nulla , assolutamente nulla.
Perchè se è rosso dicono che è verde? E i semafori che hanno rosso e arancione accesi contemporaneamente? Che cazzo vogliono dire?
Non ha senso.
Non riesco proprio a capire con che occhi la gente guarda il mondo, cammini e sorridi, a volte inciampi, altre volte invece sei fortunato, pesti la merda.
Basta sbagliare un tempo, una consecutio od omettere una virgola, sorridere in maniera equivoca o dire una frase che si lascia aperta a varie interpretazioni, troppe o troppo poche a volte e tutto cambia, anche perdere un'autoradio, perdere, perchè alla fine è persa.
lo sappiamo tutti che ogni momento è fragilissimo, ma è una cosa che mi infastidisce da morire, con G. , con me stesso ho imparato che non sempre tutto è giustificabile.
Il cazzo di traffico continua ad impallarmi il cervello.
Il nervosismo è un pensiero puro, non ha nessuna deviazione di sorta, è la voglia che hai di fare del male, di lamentarti senza un grande motivo, ma è una voglia che voglio giustificare.
Perchè dovevano prendersi proprio la mia radio? Dalla mia macchina?
Il caso? Dio?
Sinceramente non mi fotte molto, perchè è il risultato quello che conta.
Perchè camminando se pesti la merda , fortuna o no , ti darà sempre da bestemmiare.
E nessuno mi venga a dire che esagero.
G. Intanto scopriva che probabilmente non era in grado di sedurre quella donna, nonostante la sua parlantina e la sua genialità.
La sfida lo prendeva di petto e lo lasciava immobile.
Arrivava il momento di sfoderare qualche lettura pulp o di citare qualche canzone che lei non poteva conoscere.
Insomma di mettersi in bocca parole non sue, passando per poeta o per scrittore.
Sorrise amaramente.
"Non mi arrendo così.
Non mi fotti questa volta, questa volta no."
G. mi guarda incuriosito.
"cosa cazzo stai dicendo? è solo un gioco" G. sorride, mi da fastidio come al solito, vorrei farlo sorridere io, a furia di mazzate."
"è solo un gioco? SOLO UN GIOCO? allora dimmi perchè, no dimmi perchè ogni volta fai la danza della vittoria, perchè ogni volta ti metti a saltare come un idiota per umiliarmi" Il tono di voce si alza, le vene si gonfiano, voglio diventare verde.
"Ma che dici! L'avrò fatta mezza volta cavolo, mezza volta! E poi mi da carica, mi fa sentire meglio, non te la puoi prendere per quattro cazzate, perdi con sportività almeno" G. si alza e accende lo stereo, mette su max pezzali.
"Ecco lo stai rifacendo, stai mettendo Max, lo stai mettendo perchè sai che mi calma, e probabilmente è l'unica cosa che ci mette d'accordo, cazzo , ma lo capisci che mi sono rotto di fare così? Continui a dirmi di stare calmo e non preoccuparmi, e che solo i bimbi si incazzano per dei giochi, allora ti prego, ti prego, dimmi cosa cazzo ci fa la parete destra della nostra casa tapezzata di foto, foto dove tu esulti e mostri il punteggio delle partite, no perchè a me sembra che per te sia una cosa seria.."
La parete mostra una serie di polaroid in ordine cronologico e commento sulla strisciolina bianca, tutte foto di G. che esulta, dall'esultanza del grandissimo Bobo Vieri a quella del frocissimo Gilardino.
Ci sono tutte, e in tutte c'è la sua bocca aperta e inebetita da un sorriso da mongoloide e in mano a volte una birra come trofeo o un cuscino, o qualsiasi cosa che lui possa alzare.
Le mie parole vengono spezzate dall'inizio de "la regola dell'amico".
G. è furbo.
Spegne la playstation e si siede sul letto, prende un goccio di Daniel's e me lo offre in maniera gentile.
Io lo guardo e rifiuto.
Parte il ritornello.
La musica mi entra nei padiglioni auricolari, accarezza ogni pelo che ho nell'orecchio, ogni centimetro di pelle.
Max è il mio placebo.
Mi calmo, mi sento più in pace di quel pelato vestito di rosso e giallo, come si chiama, bè comunque fa rima con lama.
Sorrido,prendo il bicchiere, e bevo, un bel sorso elegante, nulla di forzato.
G. muove la gamba, crea un piccolo terremoto che scuote il letto, il suo nervosismo mi tranquillizza.
Fa spesso così e spesso sta zitto davanti a quella moleskine vuota.
La canzone finisce.
"Quante cose sa Max.." G. spezza il silenzio.
"Bè dai.." Adoro Max, ma lo colloco nel suo spazio, mi fa divertire, ma non lo innalzerei mai ad idolo.
"Max è un idolo.." Ecco lo sapevo, devo uscire da questa conversazione.
"No davvero ti dico, è un dio, cioè sa tutto, ogni occasione, ogni esperienza che tu possa vivere o che hai vissuto, lui la sa, la conosce e te la sbatte in faccia senza ma e senza perchè, lo vedi ? Dice anche le parolacce senza problemi, ammette di essere uno sfigato, ammette di avere anche lui botte di culo" a G. brillano gli occhi, appunta qualcosa e si alza.
Cazzo, quando si alza è sempre la cosa peggiore, vuol dire che si siederà accanto a me e inizierà a discutere seriamente.
"Bè dai stai esagerando, non puoi paragonarlo ad un cantautore, o chessò ad un grande della musica, le sue canzoni sono divertenti, spensierate.." Maledetto io, maledetto me stesso, perchè dovevo dire divertenti e spensierate?
G. si siede accanto a me e mi guarda male, i suoi occhi si increspano e le sopracciglia diaboliche si inarcano.
Città invisibile ci regala un attimo di silenzio, aria secca, nè fredda nè calda, anche lei si distacca dal discorso.
"Ti rendi conto che stai dicendo cazzate no? Non senti tutta la tristezza che trasuda il suo chiodo? E il suo peugeottino in salita che arranca contro un fifty, un fottuto fifty, che non vale nulla e che si sente il meglio solo perchè supera un peugeot in salita! E poi , dai, e poi il compleanno, soltanto un numero in più, non dice chissà che cosa, è schietto, dice che il compleanno non è nulla di che, soltanto un numero in più. Ti spiego, Max ha preso ogni singolo momento della sua infelice vita e lo ha reso poesia, come le notti che non finiscono all'alba nella via."
G. è contento di aver fatto anche la citazione, io mi giro e vado in cucina.
"Vuoi qualcosa?" chiedo svogliatamente
"No guarda, a Max piaceva ad esempio l'aranciata che comprava sua madre, capisci perchè..."
Il ricordo si ferma qui, a qualche mese fa, dove eravamo assieme.
Adesso io ho un corpo da trovare, un assassino da incastrare e un bel cappello da detective.
Dove cazzo sei G. , mi servirebbe davvero parlare di Max adesso.
Sono attimi piccolissimi, e con punte di sconforto, ma non mi demoralizzo mai più di tanto, mi fido delle mie capacità.
So che riuscirò a mettere insieme i pezzi del puzzle, basta solo mettermi in marcia.
Cercare un luogo dove vendono dei guanti bianchi, sapere a chi sono intestati e poi stringere la ricerca.
Poi la fortuna aiuta sempre gli audaci, e si sa che i cattivi non vincono mai.
Vorrei aggiungere altri luoghi comuni, ma credo di averli finiti.
Mi seggo sul letto dove si sedeva sempre lei e penso.
Forse i miei pensieri mi rendono più pesante, perchè cade un'asse.
Mi chino per raccoglierla maledicendo la mia schiena.
Mi sento veramente un investigatore privato, di quelli grassi e puzzolenti, macchiati e sempre in bolletta.
Prendo l'asse e sorrido.
Piccola lo sapevo che eri la migliore, sei troppo furba per loro, sei troppo furba....
Sotto il letto, tra le assi cadute c'era un rotolo di carta igienica sulla quale c'era stampata una scritta rossa e nera con tanti punti esclamativi, disegni e prezzi.
Una specie di offerta :"Compra tre pacchi di carta igienica, e riceverai in omaggio un paio di guanti bianchi e soffici proprio come i nostri rotoli" .
La mia piccola mi aveva lasciato un indizio prima di andarsene, adesso la strada era tutta in discesa, devo trovare questa cavolo di, di , cosa cazzo c'è scritto.
Strotolo il rotolo e leggo bene , questa cavolo di "Tifrego Spa".
La Luce di città invisibile mi ricorda che ho dormito poco, mi ricorda che devo andare a lavoro.
Poco male, io sono già a lavorare.
Abbasso il cappello e apro la porta di casa.
G. intanto era riuscito a togliersi di dosso il cadavere e la carta igienica, non prima di averlo esaminato per bene con la sua lingua.
Si alzò in piedi e lo prese tra le sue braccia, era morbido e liscio, era una ragazza stupenda con i capelli neri e gli occhi verdi come due , banali, smeraldi, ma pur sempre stupendi.
Aveva un paio di jeans sdruciti e una magliettina nera, che si legava perfettamente ai capelli e stonava con la sua pelle perlacea.
G. la guardò a lungo e sorrise, inizio ad odorarla, odorava di buono.
Per un attimo rimase in silenzio a contemplarla, poi iniziò a cercare nel suo corpo, cercare il motivo della sua morte.
Non trovò niente, nè ferite, nè lividi o contusioni o segni evidenti.
Probabilmente è morta per cause naturali o per qualcosa che non riesce a vedere, o il vecchio l' ha ammazzata con del veleno.
G. si fa tutte queste domande perchè deve farle, altrimenti non perderebbe neanche tempo a pensarci.
Vorrebbe tanto trovare qualcosa che gli interessi veramente.
G. iniziò allora a toglierle tutta la carta igienica di dosso e si poggiò al muro guardandola.
"come ti chiami?" G. sorrise, si sentiva un pazzo a parlare con un morto, ma voleva farlo, voleva sapere più di lei.
Dentro di se provava l'emozione del primo appuntamento, voleva scegliere le parole giuste, voleva mostrarsi arguto e simpatico, stronzo al punto giusto e gentile.
Voleva conquistarla, trovare le parole esatte per aprire il suo fermo cuore.
"Sai, mi piace molto ascoltare musica, ma anche scrivere, insomma, scrivo così così, però alcune cose mi escono bene"
Parla con voce tremolante, emozionata, parla in maniera strana come mai aveva fatto prima, tutte le ragazze che aveva conquistato erano rimaste colpite dalla sua parlantina e dalla sua sicurezza, adesso tutto questo mancava.
C'era spazio solo per squardi persi e silenzi imbarazzanti dove il suo colorito biancastro diventava rosso fuoco, dove le sue mani giocavano tra loro alla ricerca della risposta, dove il suo piede destro batteva con ritmo incessante il pavimento.
Le leggi dei primi appuntamenti, tutto quello che lui aveva sempre analizzato, che non aveva mai sbagliato, le leggi del rapporto uomo, donna che lui sapeva così bene e aveva creato, stavano cadendo miseramente di fronte a qualcosa di diverso.
Quando non hai un cuore da scaldare e sentimenti da raggirare, da far sobbalzare, non sai cosa fare, perchè il freddo spaventa tutti.
Arriva l'ultima arma per quel momento, cambiare discorso.
G. tenta di muoversi con fare sicuro, si scosa il ciuffo biondo dall'occhio e scrolla le spalle provocando un leggero tickettio.
"Senti vedo un attimo cosa c'è nell'armadio e metto apposto ok? tanto a quanto ho capito tu non hai voglia di fare nulla, vuol dire che farò tutto io" G. lo dicee con faccia seria e poi la guarda sorridendo, per indispettirla, come fa con tutte, usa i vecchi metodi.
Inutili.
Max doveva avere qualche consiglio per lui da qualche parte, in qualche rima, sotto qualche parola.
Niente, non ricordava.
Prese qualche rotolo e iniziò a sistemarlo nervosamente, la sua mente era offuscata, totalmente priva di logica, sentiva dei fulmini tremendi che gli attraversavano il corpo e che gli provocavano un doloroso piacere, qualcosa di piccolo e irraggiungibile, così brillante e pazzesco, un caleidoscopio di emozioni che stavano distruggendo la sua lucidità.
"Ragazzo nell'armadietto sopra il forno trovi tutto quello che ti serve" Il vecchio continua a sfregare le sue mani sulla poltrona di pelle, consumando sia le sue dita, sia i pochi lembi di tessuto rimasti.
"La ringrazio" G. inizia a cercare con sicurezza un bel coltellone da carne, nella sua testa rimbombano pensieri strani e il suo sorriso si arcua sempre di più.
"Sai ragazzo, conosci l'importanza della carta igienica?" Il vecchio decide di non voler più aspettare, decide che la poltrona se lo sarebbe mangiato da lì a poco e non voleva.
Si alza e inizia a traslare con le sue pantofole verso G.
"Signore, mi scusi, ma non credo di capire, la carta igienica è fondamentale per pulirsi dopo avere evacuato, ma non vedo come se ne possa trarre un buon dialogo." Che cazzo vuole questo? Si è fottuto il cervello? G. non è in vena di discorsi inutili e il suo tono è sempre più di plastica, sempre più costruito e inverosimile.
Il vecchio si avvicina alla cucina.
"Ragazzo, hai perfettamente ragione, ma devi sapere che la carta igienica ha una sua storia: Fin dai tempi degli antichi romani, quando presso il Vallo di Adriano furono trovati dei resti di foglie di betulla che probabilmente i legionari usavano come "carta" , anche se le prime tracce di carta vera e propria risalgono al quattordicesimo secolo, e precisamente in Cina , alla corte dell'imperatore Xiao MEi"
"interessante.." G. lascia trasparire tutto il suo disappunto e impugna il coltellaccio.
Affetta la carne con poca cura, quella che pochi secondi fa era una mano decisa e calma si è trasformata nella mano nervosa di parkinsoniana memoria.
"Ad esempio, la prima carta fu prodotta nel 1857 e nel 1879 fu messa ufficialmente in commercio quella a rotoli, e poi quella a rotoli perforati" Il vecchio mima ogni parola, con grande perizia e lentezza, la sua voce è eccitata come quella di un bimbo.
"In seguito nel 1942 crearono la doppio velo, grandissima invenzione, era più robusta e soffice, era così importante che in Italia sino a metà del ventesimo secolo era considerata un lusso. Ormai il doppio velo perforato è la base della carta igienica, ma ne esistono tanti tipi, sino a 5 veli extralusso, con delicati disegni e ricami, basta che siano sempre rispettate le misure , 95mm di larghezza per 126mm di lunghezza. Ne hanno prodotte con fumetti, testi di canzoni, personaggi politici e ovviamente penso che la usino in senso dispregiativo in questo caso..." La voce del vecchio non si tiene più, inizia a sbavare leggermente e i suoi occhi roteano come girandole al vento, G. lo sente accanto al suo orecchio e sente le sue mani che tastano i suoi fianchi in cerca di pelle morbida.
Il vecchio si avvicina ancor di più al suo orecchio ed esce la lingua, secca, disidratata, ruvida, come se fosse un campo che da tempo non viene irrigato.
"Il 26% del consumo mondiale è rappresentato dalla carta igienica, piccolo mio, e qua, in Europa, vale 9 miliardi di euro il mercato di questi foglietti velati, chi controlla questo mercato, controlla un quarto di mondo.." La lingua colpisce l'orecchio di G. e le mani scendono pericolosamente sotto i fianchi.
Il volto di G. è deformato, le sopracciglia si sono arcuate, quasi a toccarsi fra di loro, e il sorriso ormai ricopre il suo viso per intero,tiene il coltellaccio con forza e appena si sente toccato dalla lingua, con uno scatto rabbioso, glielo pianta nel cuore.
G. continua a sorridere, e sta zitto, guarda gli occhi di un uomo che muore, guarda il suo dolore e la sua faccia deturpata dal piacere.
Il colpo è stato netto, preciso, nonostante le mani tremassero così tanto e così vorticosamente.
G. ne è stupito, e ne è soddisfatto.
Il vecchio rimane lì per terra, nella sua minicucina.
G. continua a fissarlo, lava il coltello e se lo infila in tasca.
Nella sua mente viaggiano piccole canzoni terribili, testi metal e musica elettronica, un mix di disfacimento, un cocktail di
droghe perfette.
Tutto quel parlare di carta igienica gli ha fatto venire voglia di andare in bagno, così, facendo pochissimi passi va a sedersi sul cesso del vecchio.
Dopotutto è comodo e piacevole, è difficile che G. riesca a farla fuori casa, qualcosa lo blocca ogni volta, ma oggi sembra proprio una bella giornata, poco prima ha pure sfilato il portafoglio al vecchio, anche se senza pensione, può avere qualche spicciolo.
Lo controllerà in seguito, adesso è ora di rilassarsi.
Inizia a canticchiare qualche canzone, qualcosa di De Andrè, di quelle tristi che parlano di morti e di amori che fanno disperare, poi girandosi si accorge che la maledetta carta igienica non è nel suo posto.
Alcuni la tengono accanto al cesso, alcuni nel portarotolo, altri la nascondono.
Ogni cosa ha il suo culto, il suo vizio, il suo rituale,sopratutto in bagno.
"Ma come, crishto, mi scassa per questa carta igienica e poi neanche la usa? E come cavolo su pulisce? Come fa? Non ci sono manco quelle cazzo di foglie di betulla, neanche è un cesso giapponese, no aspetta, calmiamoci, ora la cerco con comodo"
G. si alza nervoso e si rimette i pantaloni.
Inizia a cercare dapertutto, ma nessuna traccia di carta igienica.
Allora decide che non la farà lì, preferisce a questo punto ripulire un pò la casa e scappare.
Cerca sotto il letto, nel comodino, nell'armadietto, ma nulla, la casa più vuota che sia mai esistita.
Gli ricorda quei momenti passati in ospedale, quando ogni cosa è fatta per farti sentire solo.
Pareti bianche, mura bianche, tutto bianco e ricco di solitudine, quelle cose inutili che fanno per farti sentire rilassato, ma che di fatto ti inquietano per tutto il tempo.
Se gli ospedali avessero qualche bel dipinto sui muri e qualche foto di Bobo Vieri che si fa fottere un rolex e scopa una velina, tutto sarebbe più divertente.
Che colpo misero.
G. quasi si sente un gran ladro, uno con grande esperienza,un lupin terzo senza cravatta, senza Goemon e senza Jigen.
Non si rende conto di stare lasciando impronte digitali dappertutto, a lui non importa, lui è un grande stratega.
L'ultimo posto dove può guardare è l'armadio che si trova appoggiato al muro del bagno, è molto grande, tutto bianco.
Accende la radio che si trova nel cesso, un pò per noia, un pò per vedere funzionare una di quelle mitiche radio anni 50.
Poi dopo aver girato le manopole un pò a casaccio, si gettò verso l'armadio, aprendo con un discreto sforzo le ante.
Le maniglie di ferro erano fredde e lucide, le mani di G. avevano smesso di tremare.
La radio sfrizzava e balbettava inutili notizie e ogni tanto buttava un orecchio per sentire qualcosa di interessante.
Niente Fiorello, niente Gialappa, niente Platinette.
Solo un radiogiornale.
"Non sono ancora stati ritrovati i prototipi rubati dalle industrie Tifrego S.p.a , il danno risulta ammontare a varie migliaia di euro, testimoni giurano di aver visto dei tizi vestiti come nel film "le iene".
Quindi camicia bianca, occhiali scuri, completo nero con cravatta. In più dei guanti bianchi da cameriere. Il furto è avvenuto una settimana fa.."
Il tizio alla radio continuava a parlare, ma G. non gli diede molto ascolto,finalmente aprì l'armadio e subito fu travolto dal suo contenuto, una pioggia di morbidezza e profumo lo avvolse candidamente, e poi subito un tonfo sulle sue costole e sul suo volto.
Fu scaraventato a terra con forza, il peso della curiosità gli aveva dato un bel cazzotto.
Alcuni minuti di buio completo e poi la realizzazione di quello che stava accadendo.
Erano di tutti i tipi e colori, e sembrava impossibile che potessero stare tutti in quell'armadio.
Le sue ossa sembravano rompersi, e il suo petto schiacciarsi, era una sensazione orribile, come quando qualcuno ti cammina di sopra, come quando il respiro ti viene rubato all'improvviso.
Attimi di panico infiniti, piccoli germi luridi che non ti regalano la lucidità necessaria per compiere una misera azione degna di nota, panico fastidioso e incontrollabile, misto a dolore osseo.
Il buon vecchio dolore osseo.
G. riuscì a trovare quegli attimi che gli servivano, riuscì a focalizzare la situazione.
"Ok, ok, ci sono, non serve altro, non sono come gli altri, io posso resistere al dolore, ne ho passate di tutti i colori"
Il training autogeno funzionava.
Sentiva un leggero odore, un profumo dolce, come di vaniglia, questo odore si mischiava a quello di tutta la carta igienica profumata.
"Vecchio di merda, tu e la tua carta igienica mi avere onestamente rotto, non potevi avere un feticismo normale? chessò leccare la tua merda e bere il tuo piscio per colazione?"
G. non sa che bere il piscio va bene, ma di questo parleremo in seguito.
Era un odore vero e sincero, non come quelli preconfezionati che lo circondavano, odiava la vaniglia, ma questa volta era l'unica cosa buona che trovata in mezzo a quella soffice bara.
La situazione non era delle migliori, tentò di togliersi di dosso questo peso enorme, ma non ce la fece, cadde qualche rotolo qua e là così potè vedere cosa lo schiacciava, vide degli occhi blu cielo schiacciarsi sui suoi e sentì sulle sue un paio di labbra morbide e un pò secche.
L'odore proveniva da quel corpo, un corpo che non poteva riconoscere, nè guardare con attenzione visto che era troppo vicino ai suoi occhi.
Si rese conto che era freddo, freddo come il suo piccolo cuore. Questo è una similitudine usata da lui, io avrei detto freddo come un ghiacciolo, o qualcosa del genere.
Il profumo lo eccitava, e quegli occhi erano più del blu del cielo, erano dei perfetti bulbi, dei fiori che non avresti mai voglia di raccogliere, una stupenda carta da zucchero.
Quelle labbra così morbide pressavano con forza, gli stavano regalando un bacio al primo appuntamento, secco e deciso, erano malinconiche ma forti, stupendamente perfette, soffici come il tuo peluche preferito. (anche questa G. poteva risparmiarsela, ma di fatto sono qui per esporre le sue sensazioni e non le mie).
Intanto i rotoli iniziavano a riempire il bagno, come fuochi d'artificio morbidi e profumati si muovevano in ogni direzione cadendo dalla montagna che si era formata.
Era un delirio, una situazione grottesca e imbarazzante, G. sbuffò.
"L'industria di carta igienica più grande del mondo, quindi, è stata derubata del prototipo del sesto velo, quello che , a detta degli operatori del settore, è la cosa più comoda al mondo, dopo le poltrone autoreclinabili.
Adesso vi lascio alle altre notizie.."
La testa mi fa malissimo, e le lacrime non smettono di scendere, il suo corpo è ancora qui, caldo e bello, così tondo, così furioso.
Si dice che gli occhi debbano far piovere per poter imparare qualcosa, Conor oberst non ha sempre ragione, ma mi accontento, dimentico la sua "Bowl of orange" e mi riconcentro su me stesso.
Il sangue ha riempito il pavimento sporco, e si è raggrumato da un pò.
Non riesco a pensare, non riesco a fare nulla, ma voglio trovare quel bastardo che le ha fatto questo.
No davvero, sembrerà un clichè, ma è quello che , a quanto pare, ti viene in mente quando ti inculano così.
Voglio sapere cosa fare, voglio sapere cosa decidere, vorrei essere Nick Belane o Sherlock Holmes, o qualcuno con così tanta fortuna da trovare chi me l'ha ammazzata, una persona dritta, il più dritto di città invisibile.
Il giorno passa con me in paranoia, con me davanti a lei a piangere e con me che tento di capire perchè.
Come in quelle sequenze cinematografiche dove la stanza è sempre uguale e solo io cambio posizione saltando da frame a frame: Una volta sul letto, una volta davanti al finestra, una volta in cucina e così via.
Poi il pensiero di poter fare qualcosa mi uccide e decido di mettermi il cappello di G. , quello che fa tanto investigatore.
Scommetto con me stesso di farcela, ho le amicizie giuste, posso farcela.
Cerco tra la roba di G. qualche testo su qualche poliziesco, su qualche investigatore, ma trovo solo piccoli racconti iniziati e mai finiti.
"lei era così bella che i sogni infranti di un momento diventavano..." No, no , cche cazzo scrive.
Butto tutto.
Inutile come al solito.
A questo punto decido di fare il gesto che nessun uomo dovrebbe mai fare: apro la sua borsetta.
Vedo che adora i serpenti.
Le sono sempre piaciute le cose lunghe.
La apro alla ricerca di indizi, ma trovo solo: rossetto, calze, gomme,preservativi, appuntamenti vari, foto di scopate.
Non c'è la mia foto!
Mi amava, non sono come tutti gli altri.
Gli altri avevano appuntamenti e pagavano, io ero gratis.
Niente, niente nella borsa.
Decido di uscire.
Di andare a fare qualche domanda.
Passano le ore, ma non trovo nulla in questa maledetta città.
Dovrei andarea a lavorare, ma oggi sono un detective, oggi il lavoro non mi serve.
Città invisibile non ti offre nessun aiuto, neanche gli amici più stretti sanno dirti di una pistola e di un guanto bianco.
Ad ogni edicola si poteva leggere "Iene dai guanti bianchi, rubano segreto milionario" , ma sono troppo occupato per farci caso.
Torno.
La porta è aperta.
Lei.
Lei non c'è più.
Mi hanno pure pulito la macchia di sangue.
CAzzo.
Devo decidermi a far riparare questa porta.
Intanto G. continua a baciare la bella sconosciuta, e sente dentro di sè un antico sapore.
Sembra ritornare quell'iceberg congelato che tempo fa sentiva nel suo stomaco.
le sue mani sudano e le sue guance sono rosse.
In quella bara anomala, in quel misto di odori e frasi strappate il suo cuore ha ricominciato a battere.
La giornata si presentava tranquilla, tranquilla come sempre, non tranquilla in maniera dolce e serena, ma tranquilla come quelle giornate chiusi in camera nervosi per la mancanza di stimoli concreti.
Era da poco tornata la normalità intesa come abitudine, me ne rendevo conto, quella sera sarebbero tornate le scommesse alla playstation e già la mattina era ricominciata con la lotta infinita su chi dovesse decidere il cd giusto.
Ci si mette d'accordo, il piccolo sogno ritorna e con lui la neve nel cuore di "Snow abides" cantata da Antony.
G. sembra allegro, è un prigioniero libero.
Io sono un pò così, un pò come batman quando si è accorto di essere gay ed amare un piccolo cazzo dentro delle mutandine verdi.
G. inforca il lettore mp3, e scende di casa.
Io rimango a fissare l'immagine di batman che fruga dentro robin, se Medina Reyes mi vedesse sarebbe fiero di me.
Non riesco a togliermela dalla testa, il buon Bruce che rifiuta la frusta di catwoman, per il fusto in calzamaglia e mascherina scambista.G. scende per strada e ascolta i suoi pensieri, il lettore è un pretesto per sembrare distratto, tanto è sempre spento.
Qualche persona lo riconosce, lo saluta, lui fa finta di non sentire, non può sentire , la musica è troppo alta, e non si può dare un volume ai propri pensieri.
Il primpo pomeriggio a città invisibile è uno scambio continuo, i vecchi escono dalle poste a ritirare la pensione e la busta preziosa viene ritirata da gente in motorino con il passamontagna.
Sono baratti preziosi, piccole dosi di riciclo che permettono al mondo di tirare avanti.
G. ogni tanto assiste a qualche scena di queste, in alcuni casi tutto è preciso, totalmente prevedibile.
L'iter è sempre lo stesso: Il signor Vecchiarelli (nome lungo ma azzeccato), tenta di sorridere spaccando la sua paresi facciale, qualche crosta piano piano inizia a sbriciolarsi sotto la forza delle sue labbra e finalmente la sua espressione diventa più allegra.
Dicevamo, tenta di sorridere per far capire alla commessa delle poste quanto sia contento di ricevere questa pensione,sorride pensando che i suoi anni di duro lavoro abbiano dato finalmente dei frutti.
Grazie stato.
Il signor Vecchiarelli da giovane era debole, magro e glabro.
Adesso è ancora più debole , ancora più magro, ma con dei bei baffoni bianchi, trattati male, che penzolano da sotto il suo naso come tanti piccoli festoni natalizi, il suo cappello di feltro è ormai sdrucito e sporco, mentre la sua fida vestaglia celeste copre il suo pigiama per intero, lasciando intravedere le babucce di lana grezza che gli martoriano i piedi.
Una volta che sei arrivato al limite, nulla ti vieta di uscire vestito come ti pare, anche nudo se proprio ti va.
Il signor Vecchiarelli esce dalle poste, G. lo nota, si ferma vicino ad un albero e posa lo sguardo su due tizi.
I due cavalieri neri cavalcano un free delle poste (Adesso in vendita a prezzo basso, visto che i postini hanno deciso di cambiare marca di scooter, se volete informazioni www.posteitaliane.it, i free delle poste costano pochissimo, basta che non togliate mai quel gigantesco adesivo giallo PT dal motore) bianco, e semidistrutto, la marmitta probabilmente è stata rubata ad un motore da corsa, e umiliata montandola su quel cinquantino orrendo.
I due cavalieri indossano casco e passamontagna in una giornata afosa (la prudenza non è mai troppa), ma non danno nell'occhio, l'indifferenza della gente va oltre un abbigliamento bizarro.
Pochi secondi e i due partono, G. parte pure, Vecchiarelli ripone il sorriso tra la pelle sgretolata e infila la busta in tasca.
La mano di uno dei due parte a 50 kilometri all'ora verso la busta del Vecchiarelli e la prende senza troppi problemi, l'onda d'urto colpisce l'anziano e lo sbatte per terra, è una foglia ingiallita cade lentamente sul suo volto, G. ha tentato di far finta di fermare i due tizi, ci è riuscito perfettamente.
Partono un paio di parolacce da parte del nostro condottiero, qualche gestaccio e poi il gesto finale: G. aiuta il vecchio a rialzarsi e a scrollarsi di dosso la polvere e la graziosa foglia gialla."Grazie ragazzo, ce ne fossero come te"
"Signore, la prego, anzi mi spiace di non avere acciuffato quei delinquenti" Il tono di G. è strano, anche il modo di parlare, è un troppo pesante ed educato.
"Ragazzo.." Vecchiarelli si fruga tra le tasche.
"Signore lasci stare.." G. ferma la mano del vecchio e lo guarda dritto nei suoi occhi grigi, riesce a notare un bel nulla, candido e vorace.
"Ragazzo, che ne dici di andare da me, posso offrirti qualcosa da mangiare, per premiare il tuo gesto eroico" Gli occhi del vecchio sono putridi, instancabilmente feroci.
G. si morde un labbro e pensa, si gratta la testa e si toglie le cuffie:"Affare fatto" , tende la mano verso quella del vecchio, è fredda come il marmo e la pelle raggrinzita scricchiola
I due si trascinano con fatica, come due serpenti, verso l'appartamento.
Pochi passi per entrare nell'ascensore, e pochi passi per uscirne.
L'imbarazzo avvolge G. per tutto il tempo, e il rossore delle sue gance illumina gli occhi del Vecchiarelli.
"Su figliolo, non fare così, non ho voglia di sentire discorsi complicati , o di essere intrattenuto, ti ho solo invitato a mangiare qualcosa, probabilmente in comune abbiamo soltanto il fatto di essere maschi" Il sorriso del vecchio mostra 10 denti buoni, se sapessi quanti denti abbiamo in bocca potrei dirvi quanti erano quelli marci.
Gli occhi si chiudono come quelli di un gatto e formano degli archetti che si collocano pretenziosamente ai lati del suo naso.
G. risponde con un suono gutturale e i due entrano nell'appartamento, spoglio, tremendamente bianco, probabilmente era stato ridotto all'osso l'uso di qualsiasi cosa, vi era una camera da letto con un letto ad una piazza e un comodino, la poltroncina accanto al letto fungeva da armadio.
Poi un salottino con due poltrone e una tv, e la cucina con bagno annesso, minuscolo ma con un grande armadio da parete.
Chiunque avesse progettato questa merda.... non lo so, mettete qualche riflessione furba e pungente.
Il vecchio fece accomodare G. su una poltrona e gli fece togliere la felpa.
Le manine rachitiche toccarono il suo corpo tonico e per un attimo ebbero un sussulto, lo sguardo di G. cambiò, le sopracciglia si aggrottarono e il suo sorrise si fece di lama, tagliente, come gli occhi chiusi del vecchio, una mezza luna di piacere, strinse i pugni.
"Signore, che ne dice invece di sedersi, sono sicuro di poter cucinare qualcosa che le possa piacere veramente, lei si rilassi ha già avuto una giornataccia" Aggiunse a tutto un simpatico occhiolino.
Il vecchio rimase sbalordito e il suo volto quasi riprese colore.
"Ti ringrazio, aspetterò qua, in cucina c'è tutto quello di cui puoi avere bisogno, credo" e si accascia sulla poltrona, la poltrona è in pelle consumata nera, sembra una caramella gommosa alla liquirizia,che lo sta inghiottendo a poco a poco.
Mentre G. canticchia come una brava casalinga, io sono riuscito a togliermi dalla testa la figura di Adam West che si trastulla il pene con dei guanti verdi.
Proprio alla fine dei miei pensieri, la porta si apre , ma senza novità (Max pezzali ne sarebbe deluso), ed entra Lei, non mi saluta nemmeno e si siede sul letto, questa volta non ci sono assi da rompere.
Oggi ha un vestitino corto, molto attillato in latex rosso, risalta ogni sua curva, si potrebbe vomitare ad oguna di esse.
"Senti stronzo, Oggi non mi va proprio di farlo, che ne dici di farci un giro?" si è tolta una scarpa e la lascia dondolare di fronte a me, sa che mi eccita, sa che l'adoro, la troia mi vuole fare impazzire, ma non starò al suo gioco, non questa volta.
"Dai usciamo piccolo, so che se resto qua poi vuoi scoparmi" Parla masticando una gomma e sputacchiando ogni tanto, è così bella che potrei morire.
Le sua labbra sono sudate e nervose, il rossetto è un pò sbavato, ma denota una certa cura del proprio aspetto.
Le sue mani, le sue piccole salsicce giocano nervosamente con l'abitino, creando zone lucide di sudore e facendo un piccolo rumore insopportabile, quello che di solito ti da i brividi, il gessetto che distrugge la lavagna.
Non l'ho mai vista così nervosa, probabilmente inizia a cedere, tenta di dominarmi come ha sempre fatto, ma questa volta ci sono di mezzo i sentimenti, questa volta cammineremo mano nella mano e lei mi presentarà ai suoi amici, questa volta, la bacerò.
"Sì, certo facciamoci un giro" corro in camera e mi infilo il maglione buono, quello che ho rubato a G. e che non gli ridarò più, sono nervoso, abbastanza sudato e con i capelli scombinati, ma questa volta sarà diverso, finalmente saremo una coppia.
-BANG-
(Questa volta Max sarà contento)
Sento uno sparo provenire dalla camera accanto, corro, e vedo la mia piccola Lei, cadere.
Vedo tutto al rallentatore, come nei film, vedo frammenti di cervello adornare l'aria, diventare piccole mosche rosee e violacee, vedo un fiore che esplode e i suoi petali diventare di sangue, vedo i suoi fluenti capelli svolazzare lentamente, e vedo le sue grosse ginocchia piegarsi e accasciarsi per un secondo sul pavimento.
La sua faccia cade, povero fiore, e si sfracella sul marmo.
Il sangue lascia un grazioso quadro per terra.
Vorrei baciarlo, vorrei toccare quelo corpo senza vita e dargli la mano.
I miei occhi si gonfiano leggermente, e la mano che ha sparato fugge via.
Nella mia mente rimangono una pistola, e un guanto bianco.
Una pistola e un fottuto guanto bianco.
Troppo veloce.
Le cose vanno troppo di fretta, io ero pronto per uscire, non ero pronto per seppellirla.
Troppo veloce, cazzo.
Batman dove sei quando c'è bisogno di te?
L'immagine di robin che lecca le orecchie appuntite dell'uomo pipistrello sconvolge nuovamente i miei neuroni e mi accascio al suolo, dandole la mano.
G. Sorride specchiandosi su una vecchia padella, e apre il cassetto delle posate.
"Signore Mi scusi, dove posso trovare il coltello per tagliare la carne?".
G. ha dentro uno sconforto grande quanto il nulla.
Io lo sento, sento ogni respiro affannato e vedo il piede che ogni tanto si rotola nelle coperte dal nervosismo,prima forma una spirale con il lenzuolo, poi lo deforma e poi se lo toglie di dosso, sembra il primo giorno di lavoro di un piccolo fantasma che ancora deve capire come usare i ferri del mestiere.
Sento il calore dei suoi errori e sento il suo stomaco in subbuglio, vedo chiaramente il demone che mangia il suo intestino che non gli permette di dormire tranquillo.
Ha una mandibola grossa con denti appuntiti e acuminati, è trasparente come l'indifferenza e le sue mani sono grosse e senza artigli, non taglia, strappa, divora, ingurgita e si dimena, non ha uno scopo ma semplicemente l'istinto di farsi strada più che può.
Ascolto il tremore delle sue dita, che sembrano coralli spezzati in fondo all'oceano, sento il freddo che emana nonostante il suo corpo sia bagnato e sudato da fare schifo, G. non suda mai, ma quando suda è peggio di un grassone obeso rinchiuso in un thermos.
G. dice di non sentire nulla, ma ogni volta che uccide, una parte di lui muore, non muore dandogli la libertà dai sentimenti, ma muore rimanendo aggrappata al suo cuore, donandogli la paura e il vuoto, l'errore e la disgrazia.
Rimane a penzolare come carne morta nel suo organismo e ogni pezzettino che a poco a poco si spezza, gli entra nel sangue e lo infetta.
Penzola come le gambine di una bimbetta sull'altalena, vorrebbe fare su e giù, vorrebbe oscillare, ma più si agita più si scompone senza ottenere l'effetto desiderato, eppure basterebbe stendere le gambe e arcuare la schiena all'indietro, seguire ogni passaggio lentamente e con calma per potersi divertire e oscillare con garbo.
G. ha ancora conficcato dentro di sè frammenti di ferocia, che stanno lì tra il suo sorriso e la sua gola, tra il suo buonumore e le sue carezze.
Lei è il mio amore non è l'amore di nessun altro, non è quello di G,l'amore di G. si è perso tra i vicoli di Londra ed è rimasto lì a vagare, G. non capisce quanto LEi non valga nulla per il suo cuore,quanto Lei sia soltanto il pensiero dell'amore e non l'amore stesso.Allora la sua mente suggerisce a tutto il corpo di soffrire, di chiudere la fame e aprire il vomito.
G. vomita stelle dorate e un arcobaleno di sogni infranti, dentro brucia come il sole e ad ogni rigetto quasi sorride, come se volesse liberarsi di quel planetario insulso che si sente dentro.
Io non lo aiuto,non mi va,lo guardo, lui non vuole aiuto, non vuole nulla, vuole soltanto che stia lì a prendere parte alla commedia, piccolo spettatore di fronte alla sua "one man band"
"Che cazzo è, che cazzo è?" è ora della lamentela patetica, sbuffo e mi appoggio allo stipite della porta, è freddo, pensavo che il legno facesse più calore, invece sembra di metallo.
"Perchè non possiamo descrivere l'amore, perchè non riusciamo ad esprimere a parole ogni singolo sentimento e pensiero? Tu sai come descriverlo? Come far capire quando è amore corporeo, quando mentale, quando entrabmi? Quando è amore patetico, falso, trasparente e di legno? Riesci ad esprimere un " ti voglio bene", puoi spiegare cosa succede qua tra il mio stomaco e la mia bocca? Riesci a controllare il corpo che ti controlla? Come si fa? Come si fa a dire ti amo e in un secondo
scordarsi tutto? La foga del momento giustifica una menzogna?"
Menzogna? Dove lo ha preso? Mi sposto dallo stipite e mi appoggio sul muro dietro di lui, piegato così mi fa ridere, sembra che stia parlando con il cesso.
" O è la pura verità che sentiamo soltanto per pochi secondi? Perchè tutto cade dopo nulla? Dimmi allora l'amore cade per terra e lo raccogliamo oppure è semplicemente un frutto inarrivabile?
G. dice ogni parola sforzando la sua voce, ogni parola sputa supernove colorate e detriti interstellari.
Non ho molta voglia di rispondere, in questo caso è soltanto uno sfogo e mi infastidisce sentire G. parlare in maniera dotta o con quel fare da poeta.
Decido di accontentarlo, gli offro l'inizio del mio pensiero, visto che comunque la mia teoria non si basa su nulla, se non sull'esperienza, essa non ha ancora una fine.
"Io dico che non devi pensarci e che l'amore così come il "ti voglio bene" si aggira su vari livelli, esistono tanti livelli di amore e di voler bene, non bisogna però per forza farsi una scaletta e neanche spiegare sempre quello che succede".
G. mi guarda come a dire "Non mi basta, dici sempre le solite cazzate" e continua il suo iter tra navicelle spaziali abbandonate e stelle comete.
A volte ci comportiamo come bambini alle prime armi, diciamo frasi rivoltanti e, dopotutto, patetiche, per fortuna il giorno dopo ci prendiamo in giro da soli e torniamo i soliti insensibili.
Possiamo sempre tentare di essere gentili, di far vedere quanto ci teniamo, ma dopotutto se siamo fatti in una certa maniera, o se i nostri amici sono fatti in un modo, accontentiamoci del loro grazie.
Mi sposto verso il lettore e metto "Time has told me", Nick Drake ci spiega cosa fare e ci ricorda che "il tempo gli ha detto che non si possono risolvere i problemi con cose che puoi dire"
Prego G.
G. torna a casa, aprire il portone non è mai stato così difficile, ogni movimento è incerto.
G. vuole tornare ma non si aspettava di poter resistere così poco e se ne vergogna.
Si accascia all'entrata dell' ascensore e lo chiama, il pulsante è morbido come una caramella, la luce rossa si accende, sembra una fornace, il sistema di carrucole inizia a funzionare, lo sente scendere dall'ultimo piano, assapora ogni passaggio, ogni fermata che fa, è appoggiato, stanco e sconfitto, i suoi occhi non brillano e non ha voglia di accendere la luce dell'atrio.
Ciò che non puoi vedere non esiste, il buio è sempre stato un vantaggio per G. ,lo venera come un dio e questa volta gli chiede soltanto di non fargli sentire le sue mani tremolanti e la sua testa piena di errori e di possibilità sbagliate.
G. aspetta l'ascensore, gioca con le chiavi di casa,le fa schioccare fra di loro, le ruota senza curarsene troppo, se le potesse vedere si renderebbe conto che per un attimo hanno formato le orecchiette del coniglio di playboy.
Appena arriva l'ascensore le lascia adagiare con dolcezza dentro il suo taschino e fa due passi verso la porta.
Riassapora l'odore di chiuso che c'è dopo le porticine, le apre con foga e poi si calma, si guarda allo specchio e cerca tutte le imperfezioni di cui è capace, sorride, fa la faccia triste e poi e allegra, tenta di capire cosa c'è di bello in lui, cosa c'è di sbagliato e di nauseabondo.
L'ascensore arriva dopo i soliti 10 secondi, a G. piace cronometrare ogni cosa, ma lo fa a mente.
I passi prima di arrivare all'appartamento sono lenti e precisi, sono come quei film dove il protagonista superfigo cammina con sicurezza e con effetto ralenty fuori da un palazzo prima che esploda.
G. è il protagonista di questo momento, lui vuole esserlo e per un attimo si bagna nuovamente nel suo ego e rallenta ancora il passo, dondolando le spalle e mettendo una mano in tasca, si immagina con una sigaretta in bocca, rayban anni 70 e sorriso sicuro.
La figura che si ha di lui in questo momento è quella di un finocchio che sculetta e muove le spalle come JarJarBinx, con un sorriso da lobotomizzato e gli occhi semichiusi, non come per guardare attentamente ma come se stesse dormendo in piedi.
G. non ha bevuto ma è ubriaco di sconforto, è uno sconforto autoindotto, ha il sapore della batteria quando la lecchi e la consistenza di una bolla di sapone.
G. sa di non esser solo, sa di dover cercare qualcosa, ma pensa che probabilmente dovrà convivere con il fatto di non poter e non voler amare nessuno se non se stesso.
Sono momenti senza tempo e totalmente privi di senso, De andrè ne avrebbe fatto una storia e Guccini una critica ferocemente arrotolata tra erre mosce e accento bolognese.
La porta si apre senza problemi e la casa disordinata gli ricorda un piccolo cuore sfatto.
Senza cura, nulla vive.
G. si porta anche lui sfatto sul letto e si rende conto che qualche asse è saltata, sente l'odore di lei, ricorda i suoi passi, ricostruisce ogni pensiero, ogni azione, ogni desiderio.
Sa che lei è stata qui, ma questa volta è troppo stanco, questa volta riesce per pochi secondi a non pensare, a spegnere tutto e approfitta subito del miracolo per buttarsi sul letto.
Il letto di casa è il letto, non ha nulla a che vedere con qualcosa di superiore, è perfettamente scomodo ma ha la tua forma, non ha lenzuola di seta, nè coperte da albergo a cinque stelle, profuma di sudore e non ricorda nessun fiore in particolare,
è la sporcizia che tutti abbiamo dentro, così sporca e così piacevole.
G. abbozza un sorriso, e abbraccia il cuscino, l'odore di lei lo pervade e lo lascia indifferente, questa mattina nulla può dargli fastidio se non la sua mente instancabilmente feroce.
Apro la porta di casa e trovo una piccola mummia, una larva avvolta tra le coperte, solo la bocca si vede chiaramente, sono le labbra sciupate di G., vorrei abbracciarlo ma non è il mio modo di fare, non sarei me stesso o probabilmente non riuscirei a giustificare il mio atto, tutti abbiamo bisogno di giustificare qualcosa di cui potremmo vergognarci, anche se in realtà non servirebbe.
Vado in cucina e tento di preparare qualcosa di dignitoso ma a metà opera mi fermo, non ho più voglia, il pensiero che lui sia tornato mi ha reso felice, ma in poco tempo l'abitudine ha preso il sopravvento, tutto ciò che ci manca e che torna diventa normale dopo pochi secondi, è come rispolverare un vecchio gioco con il pensiero della felicità che ci dava per ore da piccoli, poi lo usiamo per pochi secondi e abbiamo solo voglia di buttarlo, desideriamo riavere tutto e avere nuovi sogni, ma quando li abbiamo a portata di mano ci annoiano. Noi vogliamo desiderare non il desiderio.
G. si accontenterà di trovarmi più tardi incazzato e felice, siamo assolutamente crudeli, ma lo facciamo con cognizione di causa, chi si nasconde dietro una stretta di mano, finisce per morire in silenzio e io adoro il rumore.
Il mio pensiero corre veloce verso lei, sterza verso Black e la sua dichiarazione e si ferma a guardare le "C" che mancano.
Oggi ho recuperato un pezzo, domani tenterò di essere migliore sapendo che è solo una promessa dettata dall'emozione.
Spesso in occasioni particolari diciamo cose che il mattino dopo ci sembrano lontane come la luna.
Città invisible è fredda, congela tutto, ma stamattina probabilmente qualcuno ha ripreso ciò che aveva lasciato a marcire nel frigorifero.